Regista: Lauren Greenfield

Anno: 2018

Produzione: Stati Uniti

 

 

Il nostro giudizio: OTTIMO

Recensione: Marypollon

 

Generation Wealth, che ho visto in lingua originale, è un documentario di Lauren Greenfield uscito nel luglio 2018.

 

Le piramidi, gli atti più alti di ogni società, sono stati costruiti quando le medesime erano in procinto di cadere? Le società accumulano la loro più grande ricchezza nel momento in cui affrontano la morte? 

Questo l’interrogativo cardine di questo documentario, con cui l’autrice Greenfield esamina il materialismo, la cultura delle celebrità e dello status sociale e riflette sul desiderio di essere ricchi ad ogni costo, che pervade svariate culture, non solo quella americana. 

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Regista: Chris Weitz,Paul Weitz

Produzione: Stati Uniti d’America, Regno Unito, Francia, Germania

Anno: 2002

Attori: Hugh Grant, Toni Collette, Nicholas Hoult, Rachel Weisz, Victoria Smurfit

 

 

 

Il nostro giudizio: MOLTO BUONO

Recensione: Massimo Giachino

 

 

 

Un irriverente Hugh Grant e un tenace ragazzino di 12 anni ci prendono per mano, accompagnandoci in una commedia prettamente British dai toni sarcastici su come possa cambiare, inaspettatamente, la nostra percezione della vita.

 

TRAMA

Londra. Will è un uomo alla soglia dei 40 anni, benestante grazie alle royalties su una famosa canzone incisa da suo padre anni prima, perennemente incapace di mantenere una relazione stabile e continuamente sopraffatto dal suo egoismo.

Vive la sua vita scandendola in unità di tempo, quantificabili in circa mezz’ora, necessarie a quelle che definisce come le sue attività “primarie”: “ fare un bagno: una unità; guardare Countdown: una unità, ricerche su Internet: due unità, ginnastica: tre unità...”

Alla continua ricerca di una futura ex fidanzata, Will scopre un mondo fino ad allora a lui sconosciuto: mamme single! Approfittando di questa nuova ed entusiasmante scoperta, Will si iscrive ad un corso di sostegno per genitori single, arrivando ad inscenare addirittura di avere un figlio di 2 anni, Ned, per accedervi. Qui farà la conoscenza di Susie, con la quale nascerà subito una spontanea complicità da entrambe le parti.

Il primo appuntamento sarà però ben diverso da come Will immaginava dando il via, senza che lui se renda inizialmente conto, ad un radicale cambiamento interno.

Nella sua vita farà la comparsa per la prima volta Marcus, dodicenne figlio di Fiona (amica di Susie), quest’ultima con evidenti problemi legati alla depressione. Prova ne sarà il fatto che, al loro ritorno a casa, la troveranno in stato incosciente a causa di una overdose di farmaci.

Questo sarà il punto di svolta per Marcus. Deciso a risollevare le sorti della madre, comincia a diventare una presenza quasi ossessiva nella vita di Will, inizialmente per convincerlo ad uscire con sua madre (dietro ricatto di rivelare il suo segreto su Ned...). Il piano ovviamente non può che fallire miseramente...

Deciso comunque a trovare una soluzione, Marcus si iscrive ad un Talent rock scolastico, presentando la canzone “Killing Me Softly” tanto amata da sua madre, anche se la cosa significa suicidarsi pubblicamente. Non che prima Marcus fosse tra i più popolari della sua scuola comunque...

Nel frattempo nella vita di Will irrompe l’affascinante Rachel, intraprendente ragazza in carriera e, ovviamente, madre single di un ragazzo all’incirca dell’età di Marcus. Da qui il colpo di genio. Will convincerà Marcus a fingersi suo figlio, in modo da poter avere un motivo di approccio.

Ma anche questa volta i nodi verranno presto al pettine, e Will comincerà finalmente a chiedersi quale sia infine il senso della sua vita, fino a quel momento priva di un reale scopo.

Risolutorio sarà il suo intervento in extremis al concorso canoro della scuola, presentandosi come accompagnatore alla chitarra di Marcus, tirando fuori dal cilindro una esibizione che lascerà tutti basiti, Rachel per prima, presente per assistere alla performance di suo figlio Ali.

In seguito a questo evento, Will cambierà radicalmente il modo di concepire la sua vita riavvicinandosi a Rachel, Marcus comincerà a frequentare la ribelle Ellie, la quale frequenta la sua stessa scuola, e Fiona conoscerà Tom, ex collega di Will ai tempi in cui entrambi erano attivisti per Amnesty International (breve e simpatico il flash-back sull’argomento).

 

 

RECENSIONE/CONSIDERAZIONI FINALI

Nei due decenni che si sono succeduti a cavallo degli anni 2000 (per l’esattezza a partire dal 1994 con “4 matrimoni e un funerale), la commedia romantica ha trovato il suo massimo esponente, cinematograficamente parlando, nel “British” Hugh Grant.

Non fa eccezione questa trasposizione su schermo tratta dall’omonimo romanzo di Nick Hornby, in cui Grant è il mattatore indiscusso, dividendo la scena col giovane Marcus (Nicholas Hoult).

E’ una commedia brillante con alcuni acuti memorabili: il discorso di Will quale possibile futuro padrino oppure il già citato concerto della scuola per fare un paio di esempi.

Nessun cedimento o passo falso a livello di sceneggiatura, ma dialoghi frizzanti, addirittura attimi di surrealismo (come dimenticare l’anatra uccisa da una pagnotta?!) condiscono il tutto per rendere la visione una piacevole esperienza, regalandoci perle di quella simpatica canaglia di nome Will.

Salta subito all’occhio come vengano affrontate alcune tematiche importanti, quali la solitudine, il tentativo di suicidio e la non accettazione, tutte fasi significative sottolineate in modo intelligente ed ironico, senza scivolare in determinati cliché triti e ritriti.

Hugh Grant è perfetto nella parte dello snob donnaiolo impenitente e benestante che non ha cuore se non per sé stesso.

D’altro canto, lo stesso discorso è applicabile a Marcus e sua madre. Bravi entrambi a dare vita a dei personaggi con forti problematiche esistenziali, perfetti nella loro caratterizzazione (l’abbigliamento di Toni Collette/Fiona è qualcosa di impagabile)!

Pur non rientrando nei canoni tipici del genere, può essere inserita di diritto nelle commedie natalizie, avendo il suo epilogo la notte di Natale.

Riscosse parecchio successo alla sua uscita il brano portante del film, ovvero l’omonimo brano del cantautore inglese Badly Drawn Boy.

Ai fan di Harry Potter, infine,  non sarà sfuggito che Ellie altri non è che una giovane Natalia Tena, attrice australiana nota per il personaggio di Ninfadora Tonks nella celebra saga fantasy.

 

LA CURIOSITA’

Prestando attenzione alle inquadrature, nella cucina di Will è possibile notare uno stemma dell’Inter, nella stanza di Ali è invece appeso quello dell’Arsenal.

 

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Regista: Mike Flanagan

Produzione: Stati Uniti d’America

Anno: 2017

 

 

 

Il nostro giudizio: DISCRETO

Recensione: Cristina Giammito

 

Gerald e Jessie sono una coppia sposata che decide di trascorrere una notte in una casa sul lago per ripristinare una passione che sembra essersi spenta col passare del tempo. Quando l’uomo, munito di manette, propone alla moglie un gioco erotico lei acconsente, seppur con una punta di ritrosia trapelante da gesti e parole. Al principio dell’atto amoroso questi avverte un malore e, crollando per terra, muore stroncato da un infarto. Da lì si dà avvio ad una lenta ed angosciante agonia, amplificata dalla luce che gradualmente svanisce dalla stanza ed irrigidisce le emozioni della fresca vedova. Impaurita, la donna si guarda intorno alla ricerca delle chiavi che le ridarebbero la libertà, ma la sfortuna vuole che siano troppo lontane per essere recuperate. Il ticchettio di un orologio immaginario scandisce un tempo che pare dissolto, terribilmente dilaniato dalla potenza di una crescente paura. Il peggio si figura con l’entrata in casa di un cane randagio che, facendo prevalere il suo istinto animalesco, inizia a cibarsi dei resti del povero marito defunto. La pellicola si snoda seguendo il percorso psicologico della moglie affranta che, allibita, non può far altro che starsene immobile sul letto, ammanettata; col pianto fa in modo che la negatività di pensieri ed emozioni si stacchi da lei e le rechi un temporaneo sollievo. È così che la stanza diviene involucro surreale, luogo in cui far scivolare i conflitti addensati all’interno della sua persona. La solitudine di Jessie dà modo alla sua psiche di espandersi e far rinsavire vecchie ferite riportate a galla dal vuoto del silenzio, prima fra tutte l’ambiguo rapporto con il padre; di seguito, riaffiorano grinze insinuatesi nella relazione con il marito, il quale appare, durante il delirio di lei, sotto forma di giudice intransigente.

Inoltre, la pellicola inscena un dialogo frustrante tra la Jessie reale e la sua versione più sicura e giudiziosa, la quale la esorta a reagire tramite l’uso dell’ingegno. Inizia così un viaggio nella sua introspezione che raggiunge alti stadi di turbamento, soggiogati dalla mancanza di cibo e acqua. La notte giunge e la paura acquista connotati concreti che invogliano la mente a perdersi in un sottile gioco di realtà e finzione. Le ombre possono diventare scherzi ottici capaci di rallentare l’avanzare della razionalità, infondendo l’idea che qualcosa di strano stia realmente accadendo… o è tutto frutto di una pesante paranoia?

 

CONSIDERAZIONI FINALI:

 

Sebbene la trama sia intrigante, la suspense ammansisce il ritmo della narrazione arrivando ad atrofizzare la curiosità che si stempera insanabilmente. L’idea di rappresentare il conflitto psico - emotivo della donna, cibato dall’impotenza dettata dalla forzata immobilità, si disperde nella lentezza della vicenda che appare sempre meno credibile oltre che poco coinvolgente. Il film, adattamento cinematografico del romanzo di Stephen King, non aderisce allo spessore dell’opera scritta; al contrario, sminuisce il suo valore e ne demolisce l’attrattiva. Ne deriva una inaspettata delusione, risultato dell’appiattimento progressivo che raggiunge il proprio culmine nella parte finale.

Discutibile non solo a livello contenutistico ma anche in riferimento alle interpretazioni, la pellicola non soddisfa, a mio parere, le aspettative del genere, cadendo quasi immediatamente nel dimenticatoio.

 

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Regista:  Steven Knight

Produzione: Stati Uniti d’America, Regno Unito

Anno: 2013

Attori: Tom Hardy

 

Il nostro giudizio: OTTIMO

Recensione: Francesco Izzo

 

Ivan Locke è un costruttore di edifici, ha una moglie e due figli ma una telefonata improvvisa sconvolgerà per sempre la sua vita. All’alba avrebbe dovuto presenziare al più importante incarico lavorativo mai ricevuto, una colata di cemento di cui è dirigente e massimo responsabile. Gli americani per cui lavora lo hanno incaricato in quanto è una figura impeccabile e affidabile, in pratica il migliore. La telefonata che segnerà per sempre il futuro di Locke è di una donna di nome Bethan. Prima di quella chiacchierata Ivan aveva un lavoro, una moglie e una casa, una vita apparentemente ordinaria; dopo le cose non saranno mai più come prima.

Steven Knight, creatore della serie Peaky Blinders, e sceneggiatore de La promessa dell’assassino, dirige questo film di circa novanta minuti, retti magistralmente da una vicenda messa in atto soltanto con l’utilizzo di un personaggio protagonista ed una sola ambientazione: una Bmw in movimento. Nessun altro attore vedremo recitare fisicamente, a parte le voci degli interlocutori durante i dialoghi telefonici in cui si alternano: Bethan, che chiama dall’ospedale di Londra, la moglie Katrina e i due figli che chiamano da casa e che attendono Ivan per guardare una partita in tv; Garreth, il capo furioso dell’azienda e Donal, un operaio polacco dalla condotta non eccelsa, a cui Ivan Locke scarica il pesantissimo barile da gestire durante la sua assenza.

Finalmente troviamo Tom Hardy senza maschera, nei panni dell’uomo comune, ruolo che gli è stato sempre accusato di evitare e che non gli aveva ancora conferito, ingiustamente, l’appellativo di grande attore. Con Locke emerge un lato che disegna alla perfezione un personaggio ed una storia talmente talmente vicina alla realtà che scopre una nuova faccia dell’attore, decisamente più introversa e intima rispetto ai precedenti ruoli più eccentrici e colorati come in Bronson, oppure con Bane in The Dark knight’s Rises.

Il ritmo è dettato dagli unici due elementi che troviamo sullo schermo: i dialoghi e la sua espressione facciale, in primo e primissimo piano. Un film senza troppi compromessi e tecnicismi sul senso di responsabilità e fragilità dell’animo umano capaci di stravolgere il sereno decorso delle nostre vite. Vite che vengono scosse da un atto di coraggio, da una scelta che automaticamente ci pongono bruscamente davanti ad un bivio, una nuova parentesi che verte al futuro sacrificando in pochi secondi il presente, in modo da non avere nessun rimorso o rimpianto.  

Uno di quei film che inevitabilmente ti incollano allo schermo grazie ad un finale per nulla scontato. E come accade, quasi sempre, nei film in cui non si concretizza una cosa scontata, ciò che segna è la sensazione di vuoto e di amarezza che va via soltanto il giorno dopo. Un film notturno, cupo. Ideale in seconda serata. 

 

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Regista: Francesca Archibugi

Produzione: Italia

Anno: 2017

Attori: Claudio Bisio, Gaddo Bacchini, Ilaria Brusadelli, Cochi Ponzoni, Antonia Truppo

 

 

 

Il nostro giudizio: discreto

Recensione: Massimo Giachino

 

TRAMA

Ne “Gli sdraiati” (ispirato all’omonimo libro di Michele Serra) interpreta Giorgio Selva, un popolare conduttore televiso del programma “Lettere dall’Italia”.

Giorgio si è da tempo separato dall’ormai ex moglie Livia con la quale ha avuto un figlio, Tito, oggi diciassettenne. Il rapporto padre-figlio si è lacerato nel tempo arrivando ad essere un conflitto in piena regola per le ore che passano insieme.

Questa situazione è dovuta, probabilmente, alla rottura del matrimonio. Giorgio non ha mai accettato questa situazione, ripercuotendo questa sensazione di inadeguatezza su Tito, sul quale riversa un atteggiamento di soffocante pressione.

A peggiorare il tutto ricompare dopo molto tempo Rosalba, ex amante di Giorgio, per altro tra le cause che fecero naufragare il matrimonio.

La figlia di Rosalba, inoltre, è la ragazza di Tito. Questa situazione crea nella mente di Giorgio un enorme interrogativo: e se fosse il padre biologico di Alice? Questa situazione non fa che alimentare dubbi e notti insonni a Giorgio. L’unica consolazione, destino beffardo, sembra essere il conforto e la compagnia di Pinin, suo suocero e quindi padre di Livia, con cui sia Tito sia Giorgio hanno un ottimo rapporto, grazie alla sua indole di pacifico burlone.

La situazione precipita, letteralmente, quando Tito cade dal tetto della scuola, procurandosi varie fratture. Questa curiosa “passeggiata sulle alture” è giustificata dal fatto che Tito e Alice affrontano un periodo di crisi, e lui la stava spiando, avendola vista in compagnia di un altro ragazzo.

Tito si riprenderà presto, ricevendo l’affetto dei suoi amici tralasciati nell’ultimo periodo per stare con Alice.

I suo rapporto col padre, al contrario, in ospedale raggiunge l’apice della degenerazione, provocando in Giorgio un malore improvviso. Dal quale però si riprende subito non appena apprende che Tito e Alice non si frequentano più…

In ogni caso, dopo un confronto con Rosalba, Giorgio scopre che Alice è stata concepita durante un periodo in cui la madre faceva la prostituta d’albergo per mantenersi. E’ una notizia che Giorgio accoglie con entusiasmo, in quanto i due ragazzi tornano a frequentarsi…

In seguito a tutti questi eventi, Tito e suo padre inizano un percorso da uno psicoterapeuta che li aiuterà a far emergere i loro problemi, in modo da poterli affrontare e risolvere.

In coda vediamo i due fare finalmente una scampagnata presso la tenuta ligure del padre, zona definita da Tito come “luogo che più odia al mondo”.

 

 

 

CONSIDERAZIONI FINALI

Non è una commedia che lascia il segno, questo va detto subito. Ma questo non significa che non abbia qualche spunto interessante che ne valga la visione.

Come detto in apertura va riconosciuta l’ecletticità di Bisio. In questa pellicola non passa inosservata la sua capacità di trasmettere apprensione e preoccupazione per il difficile rapporto col figlio, in alcuni punti addirittura drammatico.

Dall’altra trovo buona anche la fisicità che dimostra Tito nella sua insofferenza verso il padre. Meno interessanti i personaggi di contorno, ad esclusione di Pinin, un Cochi come sempre irreprensibile.

Una commedia che fa da spunto ai rapporti familiari del nostro tempo, in cui ci si focalizza su questioni irrilevanti perdendo di vista i piccoli dettagli che fanno la differenza.

In sintesi, una commedia che probabilmente non propone nulla di particolarmente innovativo, ma riesce comunque ad infondere nello spettatore quella scintilla che lo “costringe” a riflettere.

Una storia di rabbia interiore, malinconia e amori perduti e ritrovati.

 

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