BURN SOMETHING BEAUTIFUL

 

 

Artista: Alejandro Escovedo

Anno: 2017

Casa Discografica: Fantasy

 

 

Il nostro giudizio: OTTIMO

Recensione: Enrico C.

 

Il rock n’roll…questo sconosciuto! In un panorama musicale fatto di album pieno di contaminazioni pop, soul  dance c’è ancora modo di trovare un sano disco di rock n’roll tradizionale dove l’elettricità ed i riff di chitarre la facciano da padroni assoluti? E’ davvero straordinario che la risposta a questa domanda non venga da una garage band di collegiali, ma da un artista 66enne al suo dodicesimo album: Alejandro Escovedo.

“Burn something beautiful” è un disco pieno di energia, senza passi falsi o punti deboli, arrivato in Europa a fine gennaio 2017. La sensazione è che l’ispirazione - questa sconosciuta a molti artisti – non abbandoni mai Alejandro in tutte le tracce che appaiono assolutamente essenziali al lavoro complessivo, svariando tra sonorità e mood incredibilmente vari e compositi. Non può essere un caso che al lavoro di composizione abbiano contribuito artisti dalle radici diverse, ma accomunati dalla medesima vena espressiva: Peter Buck, ex chitarrista dei R.E.M e Scott McCaughey dei Minus 5. Ma è tutta la band che accompagna Escovedo nello studio di registrazione ad assumere i connotati di un vero supergruppo: Kurt Bloch dei Fastbacks alla sei corde, John Moen dei Decemberists alla batteria, Steve Berlin dei Los Lobos al sax e il sostegno vocale di Corin Tucker e Kelly Hogan. Nel disco emerge la quintessenza della burrascosa vita del rocker texano di origine messicana: dalla lotta contro la malattia (nel dettaglio l’epatite C), alla vacanza in Messico con la moglie Nancy divenuta un inferno sotto i colpi dell'uragano Odile, che gli ha lasciato una terribile sindrome da stress post-traumatico (a questo episodio è dedicato il brano “Luna de Miel”).

La ricchezza dei timbri sonori è prepotente: dopo un inizio pirotecnico in chiave “garage” (“Horizontal" e "Heartbeat Smile”) si procede con i toni acustici e gli accenni di psicadelia di “Suit of Lights” e gli arpeggi in chiave R.E.M. di “Sunday Morning Feeling”.

L’album trova però i suoi momenti più alti a livello sonoro, a mio avviso, nelle livide e spettrali “Redemption Blues” e Tought I’d let you know” e nella “remmiana” “Farewell to the good times”; mentre il testo più marcatamente significativo è sicuramente quello dell’autobiografica “I don’t want to play guitar any more”...una riflessione sull’impossibilità di trovare in prima battuta nella musica una soluzione ed una via di uscita da un’esistenza fattasi improvvisamente opprimente.

“Quando non ci sono più storie da raccontare in chiave musicale è bene salutare tutti” si domanda e scrive Escovedo…ma la risposta a questo quesito che assilla tutti i musicisti ad un punto della loro carriera risiede comunque nel titolo dell’album (“Burn something beautiful”), “anche quando non potrò più cantare o suonare rimarrà qualcosa di meraviglioso, che brucia come un falò per le generazioni future”.

Ed è proprio questa la lezione più grande che possiamo trarre: un inno “vitale”, ed “acceso” che suona molto più “fresco” e “giovanile” di molti dischi realizzati da artisti ben più giovani di Escovedo.

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