CRONACHE DI UN GATTO VIAGGIATORE

 

 

Autore: Hiro Arikawa

Anno: 2017

Ed. Garzanti

 

 

Il nostro giudizio: BUONO

Recensione: Erika K. Biondi

 

TRAMA:

Un gatto randagio, abituato ad arrangiarsi; un ragazzo a cui la vita ha fatto pochi sconti; una vecchia station wagon argento: un viaggio, IL VIAGGIO nella memoria, attraverso il fascino, i colori del Giappone, il valore dell’amicizia e la consapevolezza che qualcosa sta mutando.

RECENSIONE:

Ci sono storie che ti travolgono in  maniera imponente, letture che vivi con enfasi e che risultano quasi invadenti; ci sono libri, e questo è il caso, che  partono quasi in sordina, in maniera talvolta monotona e piatta, poi con il fluire delle parole prendi consapevolezza che ti entrano sotto pelle, cominci a metabolizzare le emozioni, ne vieni letteralmente trascinato e appartarsi a leggere diviene quasi un’esigenza.

“Cronache di un gatto viaggiatore” a un primo approccio ha uno stile letterario un po' lontano dai canoni occidentali, si parla di culture che, nonostante la globalizzazione non ci appartengono proprio; una scrittura un po' lenta, particolari che potrebbero apparire superflui per la storia eppure ti rendi conto che stai guardando un puzzle. Ogni pezzetto costituisce un elemento indispensabile e come ti allontani non prende forma solo la storia, ma le emozioni si ergono in maniera tridimensionale. Chi ama gli animali e si reputa in primis  un gattofilo comprende da subito che avrà a che fare con le dinamiche di un legame profondo, che va oltre il tempo e lo spazio e che supera l’affetto tra umani in un crescendo sensoriale che ha inizio con lo scambio di qualche croccantino e qualche ciotola di latte, evolve in qualche carezza concessa, finisce per trasformarsi in amore vero e in una dolcissima storia di amicizia e affetto.

Nana è un gatto randagio come tanti, secondo Satoru è una sorta di porta del passato che si riapre per fargli rivivere l’esperienza che da bambino aveva vissuto con Hachi, il caso vuole che entrambi portino sul muso una sorta di macchia a otto o infinito, da qui il nome di quest’ultimo: otto in giapponese. Nana ne sembra la copia se non per la coda a uncino che forma una sorta di ideogramma del numero sette, da qui Nana: 7 che è anche la voce narrante.

Satoru, il secondo protagonista sembra perdere il lavoro e dopo cinque anni si vede costretto a dover affidare Nana a qualcuno che possa amarlo davvero, così prende il via un  viaggio che da un lato ci porta nel passato del ragazzo attraverso temi importanti quali: la perdita dei genitori, il primo vero amico, l’adolescenza e l’amore, un percorso che vede sullo sfondo un Giappone quasi da stampa Ukiyo-e con la sensazione di assistere in prima persona alla bellezza infinita del monte Fuji, inalare i profumi della natura incontaminata dell’Hokkaido, avvertire il silenzio imponente e la solennità dei cimiteri, il naufragare nel  mare di giallo e viola dei fiori… Nana accompagna il suo umano in questo dedalo emozionale e  ripercorre con lui i momenti incisivi della sua vita per arrivare a una destinazione finale che lascerà il lettore senza fiato e senza energia comprendendo che Hiro Akirawa ha messo in scena un’opera che appariva in un modo, invece si tramuta in tutt’altro. Avvalendosi del percorso emotivo nel tema del viaggio e, come spesso avviene per tutta la cultura giapponese, non viene assegnata preponderanza alla comunicazione verbale, ma la vicenda assume spessore proprio perché espressa attraverso la visceralità dei personaggi sfociando in un crescendo passionale.

CONSIDERAZIONI FINALI:

Non un libro, ma un acquerello, di quelli delicati, in cui il colore si espande in macchie distinte; l’immagine di una cultura distante da quella occidentale accomunata da alcune costanti: l’amicizia, il valore di sentimenti che trascendono il tempo e lo spazio, lo strazio per il distacco, il dolore per la mancanza, la consapevolezza che viviamo con un timer sulla testa e una sorta di scadenza.

Credo fermamente che una storia come questa trasmetta in maniera indelebile il valore del rapporto umano-animale domestico, in un’epoca in cui l’uomo troppo spesso non rispetta la vita, anzi la mercifica e la brutalizza in funzione di un apparire che va troppo oltre i sentimenti. Una vicenda sull’amore, d’amore, di lealtà e di forza, quella forza d’animo che troppo spesso viene a mancare e che penso vada insegnata fin dall’infanzia.

Vedrei bene questo testo come narrativa per le scuole perché ormai i veri sentimenti sembrano una chimera in un tempo in cui il multimediale la fa da padrone anche sul cuore, la consiglio a chi ancora sa quanto la felicità assuma una dimensione tutta sua quando ad aspettarti trovi un naso umido e una codina e a chi ha voglia di emozionarsi ancora senza mezze misure, e a chi, sicuramente inzupperà le pagine di lacrime in un gesto liberatorio fino al raggiungimento di una sorta di Nirvana.

“I gatti non piangono come gli esseri umani. Però...non so perché, ma in quel momento mi è sembrato di comprendere che cosa significhi piangere.”

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