TRE VOLTI

 

 

 

Film: Tre Volti

Regista: Jafar Panahi

Anno: 2018

Produzione: Iran

Attori: Jafar Panah, Behnaz Jafari

 

Il Nostro giudizio: OTTIMO

Recensione: Pierpaolo Marcone

 

 

Ostacolata dalla famiglia nell'inseguire il suo sogno di diventare attrice, Marziyeh, giovane ragazza dell'Iran rurale, decide di togliersi la vita: riprende il gesto con uno smartphone e fa recapitare il video alla famosa attrice Behnaz Jafari (qui nei panni di se stessa).

E' tutto vero?

Sconvolta, Behnaz parte alla volta del villaggio della ragazza per indagare sull'accaduto, accompagnata dal regista Jafar Panahi (anch'egli nei panni di se stesso).

Lungo il tragitto, i due incontrano personaggi originali e pittoreschi e, una volta giunti al villaggio, scoprono che s'è trattato di una messinscena, estremo tentativo della ragazza di ottenere aiuto per poter frequentare l'accademia.

 

Dopo il bel “Taxi Teheran”, Jafar Panahi torna a indossare i panni dell'autista in una docu-fiction in salsa road-movie diretta nella campagna persiana povera e intrisa di cultura patriarcale; quella stessa che scatena la disapprovazione sociale nei confronti di Marziyeh, colpevole di voler studiare ed emanciparsi.

Ciononostante, il regista iraniano evita accuratamente ogni forma di giudizio e, restando fedele allo spirito umanista e antropologico che da sempre ne caratterizza la poetica, si limita a osservare la realtà dando voce agli abitanti del luogo, di cui è attento a rimarcare anche gli aspetti più lievi e poetici.

I suoi personaggi, perciò, nonostante il maschilismo imperante, appaiono perlopiù teneri, innocenti; anche quando il fratello di Marziyeh, disperato, aggredisce i due artisti rei, a suo modo di vedere, di fuorviare la sorella.

E' come se Panahi, in tal modo, intenda sottolineare il senso di ineluttabilità di un retaggio sub-culturale inestirpabile dal basso, a cui, forse, l'arrivo dei nuovi mezzi di comunicazione (lo smartphone usato da Marziyeh per chiedere aiuto) potrebbe apportare una trasformazione positiva.

Ma l'elemento che maggiormente permea il racconto è costituito da un interrogativo: qual è il ruolo dell'artista nella società? Come può egli imprimere un cambiamento volto a superare le antiche regole sociali?

Panahi non dà risposte e anzi, richiamandosi al dualismo mito-realtà, rimarca il quesito attraverso la contraddizione più evidente: perché Behnaz Jafari, star del cinema e della TV, che non è altro se non ciò per cui Marziyeh subisce lo stigma sociale, viene accolta con deferenza e ammirazione, anziché con disprezzo?

 

Narrato in stile asciutto e con consistenti piani-sequenza, “Tre volti” appare disseminato di numerosi elementi simbolici, simultanei emblemi del controllo sociale e della repressività del regime iraniano: la strada d'ingresso al villaggio troppo stretta per circolare liberamente; l'attrice Shahrzad, celebre nel regime pre-rivoluzionario, ora caduta in disgrazia; e soprattutto l'uso delle grandezze scalari nelle inquadrature.

Dopo aver fatto ricorso all'uso di primi piani e di campi medi per l'intera durata del racconto, Panahi, infatti, decide di stravolgere il linguaggio interno alla narrazione chiudendo con un campo lunghissimo (ottenuto grazie alla tecnica del montaggio interno) che, offrendo uno sguardo più ampio ed esteso, metaforicamente infrange e supera gli stessi vecchi retaggi e riapre verso orizzonti più vasti.

 

Premiato a Cannes 2018 col “Prix du scénario” per la miglior sceneggiatura, “Tre volti” è un'opera sobria e potente; un racconto che, come quasi tutto il cinema di Panahi, sferza delicatamente.

Non manca l'omaggio al maestro Kiarostami e al suo meraviglioso “Il sapore della ciliegia”, evocato nella scena dell'anziana donna distesa nella sua tomba in attesa della morte.

Simbolo del coraggio e dell'amore per il cinema che non si ferma dinanzi ad alcun ostacolo, il regista originario di Mianeh è stato costretto per l'ennesima volta a girare il film in clandestinità a causa del divieto ricevuto delle autorità iraniane.

Nonostante ciò, “Tre volti” è una bellissima opera che conferma che Panahi, tra i massimi esponenti della New Wave iraniana, è e resta una pietra miliare della cinematografia mondiale. Un maestro assoluto che è già entrato a far parte della storia della settima arte.

 

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