RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

 

 

 

Regista: Celine Fiamma

Anno: 2019

Produzione: Francia

Attori: Noemie Merlant, Adele Haenel

 

Il nostro giudizio: OTTIMO

Recensione: Pierpaolo Marcone

 

 

Francia. Mentre la pittrice Marianne (Noémie Merlant) posa nel suo atelier per alcune allieve, osserva il “Ritratto della giovane in fiamme”, da lei stessa realizzato.

La visione del quadro le suscita un ricordo lontano: nel 1770, la pittrice, bagaglio e tele al seguito, giunge in una grande casa sperduta della Bretagna. Lì, mestamente, vive una contessa decaduta (Valeria Golino) in compagnia della figlia Heloise (Adèle Haenel) e della cameriera Sophie (Luàna Bajrami).

V'è un matrimonio che “s'ha da fare” e che Heloise, da poco uscita dal convento, rifiuta invano; così come rifiuta di posare per il ritratto con cui il futuro marito, già promesso sposo della sorella suicida, vuol conoscerla.

Nonostante tutto, Marianne deve tentare l'impresa fingendosi - come escogitato dalla contessa - dama di compagnia della ragazza: standole vicino, la pittrice avrà modo di studiarne i lineamenti per poi riprodurli a memoria sulla tela.

Imbastita la messinscena, Marianne e la fredda Heloise stringeranno, a poco a poco, un legame sempre più intimo e confidenziale, al punto che l'infelice ragazza, conosciuta la vera identità della pittrice, sorprendentemente deciderà di posare per lei, dopo che quest'ultima avrà distrutto un primo ritratto giudicato non veritiero dalla stessa Heloise.

Sarà, però, la temporanea assenza della contessa a definire i veri sentimenti in gioco, consentendo alle due giovani donne di scoprire il loro amore e di vivere giorni di ardente e disperata passione, già consapevoli che quella relazione “sbagliata” dovrà presto concludersi.

Così effettivamente sarà.

Ma resterà l'amore, che, superando il tempo e le convenzioni, continuerà ad unirle impercettibilmente attraverso i tenui segni dei giorni perduti.

 

Non sono Marianne ed Heloise le protagoniste di questo racconto, ma i loro occhi: grandi e disorientati quelli della pittrice; ermetici e sfuggenti quelli della promessa sposa.

I loro sguardi, dunque, per osservare, desiderare, nascondere. E' da lì che tutto trae origine: dallo scrutare di Marianne, intenta a rubare le linee del volto di Heloise, che, a sua volta, le ruba l'anima; dalla fiamma di Heloise, nascosta nel ghiaccio di un'espressione lentamente destinata allo scioglimento.

Perché quel sentimento tanto proibito quanto inarrestabile è in arrivo come la tempesta dell'“Estate” di Vivaldi, preannunciato dal mito di Orfeo ed Euridice; citazioni scelte dalla Sciamma non per vuota risonanza intellettualistica, ma come mezzo di conoscenza di sé, di chiarificazione dell'anima.

Perché l'arte rivela; e se resta nell'enigma, è solo per ribadire che anche l'enigma è verità: come lo sguardo misterioso di Monna Lisa perpetuato in quello di Heloise mentre posa per Marianne; come il turbamento di Caspar Friedrich, il cui “Viandante sul mare di nebbia” riecheggia potente nel quadro che dà il titolo al film e nella spiaggia desolata dove le due donne incontrano le proprie inquietudini.

E' così l'amore: inesorabile e travolgente. Non sa che intorno ci sono convenzioni e leggi da rispettare. L'amore, come l'arte, è verità. Ed è, perciò, inutile per Marianne rifugiarsi in un quadro dipinto secondo le regole pur di negare la realtà su Heloise e su se stessa: quel quadro sarà sempre falso e andrà sempre distrutto. Soltanto dopo che ci si sarà davvero (ri)conosciute se ne potrà dipingere uno autentico.

 

Cèline Sciamma crea lo sconquasso in uno spazio visivo perfetto, geometricamente ineccepibile, pennellato coi colori saturi dei costumi stagliati sul tenue celeste delle pareti; come se tutto fosse sotto controllo tranne il cuore, tranne quel sentimento sconosciuto che d'improvviso s'infiamma, in una notte buia e allucinata intorno al fuoco, al canto corale di un femminino “Fugere non possum” - “Non posso fuggire” - che già preannuncia il dolore. Fuggire non posso dai giudizi altrui, dai retaggi culturali; ma anche dal desiderio, dall'incatenamento.

Ma “Ritratto della giovane in fiamme” - racconto tutto al femminile - è anche altro: riflessione sul rapporto tra arte e verità, sulla funzione dell'artista, sull'equilibrio tra rispetto della forma e libertà espressiva; manifesto politico sulla condizione della donna in epoca pre-rivoluzionaria (funzionale e ben costruita, a tal proposito, la sottostoria di una Sophie segretamente incinta, costretta, pur di abortire, a ricorrere a mezzi “di fortuna”).  

In definitiva, si tratta di un film complesso, potente e silenzioso, vagamente visionario, cadenzato in adagio attorno ai volti, alle espressioni.

Lo sorreggono la sceneggiatura perfetta, dai dialoghi rarefatti e sublimi, realizzata dalla stessa regista; la fotografia impeccabile di Claire Mathon; i brevi piani-sequenza in cui trovano spazio le ottime interpretazioni di Merlant e Haenel, intense e implosive. E poi la Golino, fuoriclasse come sempre, meravigliosamente spietata nella disperazione della sua contessa.

Su tutte e tutti, c'è lei, Céline Sciamma, signora del racconto, autrice coraggiosa, regista elegante e raffinata che dà sempre l'impressione di sapere esattamente quel che vuole e come ottenerlo.

Peccato per un eccesso di freddezza nell'apice d'amore, preparato da un climax eccellente nella sua lenta e inesorabile ascesa e tuttavia imperfetto nello scatto in avanti. Manca la giusta sensualità, come se si fosse avuta paura di un eccesso di fisicità; come se avesse prevalso il timore di uno scatenamento pruriginoso. Scelta rispettabilissima, per carità; in fondo coerente con l'intenzione del racconto di mantenersi (quasi) esclusivamente sul piano sentimentale, ma forse troppo sfibrante.

Sia come sia, al di là di ogni considerazione personale, “Ritratto della giovane in fiamme” resta uno dei migliori lungometraggi comparsi sulla scena europea negli ultimi tempi.

Delicatamente potente, silenziosamente esplosivo: ogni ossimoro, qui, trova la giusta riconciliazione. Ed è questa la sua vera forza: la capacità di far emergere le contraddizioni dell'anima e della società per pacificarle nel nome del sentimento più importante.

Imperdibile.

 

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