IL CORRIERE - THE MULE

 

 

 

Regista: Clint Eastwood

Anno: 2001

Produzione: Stati Uniti

Attori: Clint Eastwood, Andy Garcia, Bradley Cooper

 

 

Il nostro giudizio: OTTIMO

Recensione: Marypollon

 

“QUESTA E’ L’ULTIMA VOLTA.”

 

“PERCIO’ DIO AIUTAMI, … PERCHE’ QUESTA E L’ULTIMA VOLTA”

 

Decisamente il film giusto per me questo periodo, l’ultima opera di Clint Eastwood, che ne vuole rappresentare l’eredità morale , un messaggio – da ben interpretare – sulle scelte compiute nell’arco della sua vita e soprattutto su quelli che ritiene essere stati i suoi errori.

 

Con forti aspetti autobiografici, ci parla di un uomo che ha dedicato la vita alle sue passioni lavorative, trascurando la famiglia, composta dalla ex moglie e da una figlia che non vuole più parlare con lui, per girare il mondo rincorrendo i suoi fiori….

 

Il protagonista Earl Stone, floricoltore appassionato dell'Illinois, è infatti specializzato infatti nella cultura di un fiore effimero che vive solo un giorno; il  suo lavoro è andato via via in crisi prima di scomparire del tutto, a quel fiore ha sacrificato la vita e la famiglia, che di lui adesso non vuole più saperne.

 

“PENSAVO FOSSE PIU IMPORTANTE ESSERE QUALCUNO DA UN’ALTRA PARTE PIUTTOSTO CHE IL FALLIMENTO CHE ERO A CASA MIA”

 

Trasposizione di una storia vera, quella di Leo Sharp, veterano della Seconda Guerra Mondiale arrestato a novant'anni per traffico di droga e ossessionato unicamente dai suoi fiori, The Mule permette a Clint Eastwood di elaborare il rimorso per i suoi cari dietro e davanti alla morte.

 

 

Nel Mid-west, piegato dalla deindustrializzazione, il commercio dei fiori crolla e Earl è costretto dalla crisi a vendere la casa.

 

Ha perso dunque in sequenza, la sua famiglia,  il suo lavoro, la sua casa.

 

Avendo problemi economici “sostanziali” si rende conto che per aiutare la famiglia in un momento chiave come quello del matrimonio di una nipote, puo’ fare solo quello che ha sempre fatto, ovvero guidare attraverso il paese.

 

A questo punto devo fare una precisazione, per quanto mi riguarda, mi ha colpito molto in realtà  di questo film il legame che il protagonista ha con il proprio lavoro, lavoro visto pero’ non con gli occhi di vuol fare carriera in un’organizzazione a tutti i costi, ma con gli occhi sostanzialmente di un’artista che ama i propri fiori….

 

La ricerca e la riaffermazione di un’identità attraverso il fare che non si esplica pero’, come suggerirà ad un suo controllore/guardiano durante una scena del film, nell’ essere solo una pedina mossa da chi non ci stima davvero ma nel cercare di dedicare la propria vita a qualcosa che si ami veramente.

 

Il solo bene, dicevamo,  che gli resta ad un certo punto è il pick-up con cui ha raggiunto 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione.

 

La sua attitudine alla guida “perfetta”, unita alla sua età quasi novantenne, attirano l'attenzione di uno sconosciuto, che gli propone un lavoro redditizio…. un cartello poco convenzionale di narcotrafficanti messicani, comandati da un boss edonista e gourmand, rappresentato da un meraviglioso Andy Garcia, che vorrebbe trasportare dal Texas a Chicago grossi carichi di droga.

 

Earl accetta senza fare domande, caricando in un garage e consegnando in un motel.

La veneranda età lo rende insospettabile e irrilevabile per la DEA. Veterano di guerra convertito in 'mulo', Earl dimentica i principi di fiero difensore del Paese per un consistente stipendio.

 

Dovrà quindi, e questo è il senso del film, fare quello che è sempre stato capace di fare, ma in un contesto completamente mutato…In cui non perde i suoi valori di base.

 

Paradossalmente questo le rende sia più utilizzabile dal cartello, meno prevedibile, infinitamente più libero, libero di esercitare diritto di veto, libero di “far saltare il banco” e tornare, una volta che tutto è ricomposto, ad essere sè stesso.

 

Rappresentata quindi la sublime liberta dell’artista.

 

La libertà di cantare le sue canzoni mentre trasporta la droga e convincere i suoi guardiani del cartello a fare lo stesso su una macchina che viaggia parallela alla sua.

La libertà di fermarsi a mangiare nei localini che ama, di godersi i suoi vizi ininfluenti.

La libertà di non farsi corrompere dall’uso del potere che il cartello fa (meraviglioso davvero Andy Garcia in questo ruolo).

 

Il denaro scorre per lui a fiumi, acquisito in modo illegale, ma comunque utilizzato per famiglia, amici, aiuti a chi lo merita.

 

Il tempo viene imprevedibilmente rubato al cartello per fermarsi a vedere l’ ex moglie in punto di morte e riappacificarsi con l’idea di famiglia e con il dovere di essere presente.

 

Ho ovviamente , dato il mio carattere, amato molto di questo film il tema delle personalità forti, dunque, che spesso sono amate più all’esterno della famiglia e sono un po’ assenti , perché  la stessa famiglia vede solo la parte in cui il padre non vede l’ora di rientrare al lavoro.

 

Personalità forte in fisico fragile da novantenne , che non potrebbe mai essere riconosciuto dalla polizia come un appartenente al cartello, data la sua età, data la sua incapacità con la tecnologia ( il legame con il cellulare da cui non riesce a mandare messaggi), la sua sostanziale imprevedibilità caratteriale e nella guida, la sua età che lo fa soprannominare TATA dai membri del cartello.

 

Il legame di complicità con la legge, la polizia, rappresentate dall’intelligente Bradley Cooper, sempre bravo nella sua prova attoriale, anche se appare poco, si muoverà parallelamente a Earl e tenterà di seguire i movimenti del cartello per intercettare il corriere che riesce a muovere, praticamente indisturbato, oltre 200 chili di cocaina.

 

Allo stesso agente, in una scena paradossale, dice LA FAMIGLIA E’ LA COSA PIU IMPORTANTE, HO SEMPRE COMMESSO L’ERRORE DI ANTEPORRE IL LAVORO ALLA FAMIGLIA

SONO STATO UN PESSIMO PADRE, UN PESSIMO MARITO, NON MERITAVO IL PERDONO

 

 

Non è un caso che Alison Eastwood, a rimarcare l’autobiografia del film, interpreti il ruolo di Iris, figlia ferita dalla negligenza di un padre a cui non rivolge più la parola.

 

Come Earl, Clint ha sacrificato la vita personale alla passione professionale, come lui prova a incollare i frammenti di quella vita davanti alla morte dell'altra.

Lui che si è filmato morire tante volte, adesso veglia impietrito la fine di chi ama. Per Dianne Wiest nel film, per Sondra Locke nella vita, l'attrice ed ex compagna morta a novembre, Earl cambia itinerario e Clint firma un film personale e struggente. Un comeback di contrabbando che disegna un riavvicinamento possibile tra padre e figlia senza minimizzare mai le ferite del passato.
Durante tutto il film il cineasta segue il parallelismo fra la vita di Stone e le indagini dell’agente Bates e, quando li fa incontrare nella stessa scena, si capisce subito dove Eastwood vuole colpire. La famiglia è la parte centrale di ogni cosa, il fulcro dell’esistenza, senza di quella un uomo non è niente, esattamente come Earl, con le tasche piene ma privo di affetti, intrinsecamente vuoto e colmo di rimorsi.

Con la sua uscita di scena dalla recitazione, il cinema perde ufficialmente un interprete che, in quasi sessant’anni di carriera, ha incarnato con   visceralità  l’anima dell’America repubblicana, quella ancorata ai principi di forza, rivendicazione, difesa dei valori e proveniente da un Far West ancora vivo e presente, in ogni passaggio di sceneggiatura e nei personaggi immortali e leggendari di Eastwood, un uomo che già all’epoca di Sergio Leone incuteva un virile rispetto, imposto con la penetrante coltellata del suo sguardo.

 

  1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 Rating 3.50 (1 Vote)