DOLOR Y GLORIA

 

 

Regista: Pedro Almodovar

Produzione: Spagna

Anno: 2019

Attori: Antonio Banderas, Penelope Cruz

 

 

 

Recensioni: Maria Giovanna, Silvia Aonzo

 

Si è soliti dire che più il vino invecchia più è buono e credo che valga lo stesso per registi e attori, più maturano, non solo professionalmente, più riescono a regalarci delle performance da togliere il fiato. Questo è ciò che accade se in questi giorni decidete di andare a vedere il ventiduesimo film di Pedro Almodóvar, Dolor y Gloria.

Il protagonista della storia è Salvador Mallo, un acclamato regista che ha raggiunto la fama da diversi decenni, ma che da molto tempo si trova in declino fisico e artistico: soffre infatti di un gran numero di malattie, molte delle quali psicosomatiche, che gli causano gran dolore nelle azioni quotidiane e gli impediscono di lavorare; in aggiunta a tutti i suoi mali, da qualche tempo non riesce a deglutire senza strozzarsi. Così il regista si ritrova a vivere una vita vuota nel ricordo delle sue antiche glorie, finché, un giorno viene contattato per presenziare a un cineforum in cui verrà proiettato Sabor, il suo primo film, al quale viene invitato anche Alberto, suo ex amante e protagonista della sua opera: i due, però, non si parlano dall'uscita della pellicola a causa di dissapori intercorsi durante la lavorazione. Salvador lo va a trovare per proporgli di collaborare e tra i due si instaura un rapporto molto teso, durante il quale Alberto lo inizia all'eroina, che lo porterà, seppure per breve tempo, a trovare soluzione ai mali del regista. Iniziano a tornare nella sua memoria i giorni della sua infanzia vissuta in povertà in un paesino nella zona di Valencia, tanti altri momenti fondamentali della sua vita che portano ad un susseguirsi di flashback che si intrecceranno con l’attuale vita di Salvator.

In questo film, come si definisce lo stesso Almodóvar, lui ritorna ad essere Pedro anche se utilizza le mentite spoglie di Salvator Mallo per parlarci del suo malessere, di sé stesso e per regalarci un piano emotivo del tutto inedito. In un certo senso è una situazione simile a quella di  Fellini in Otto e Mezzo con  Marcello Mastroianni, anche se il regista spagnolo si circonda  più che altro di cinefilia, un aspetto che notoriamente a Fellini interessava poco, più legato al linguaggio dell'inconscio e dell'onirismo, e anche più vicino alla cultura grafica e del disegno. Almodóvar decide invece di scegliere il suo amico e attore Antonio Banderas per impersonare Salvador ma, soprattutto, per riuscire a trasferire allo spettatore e sulla pellicola i suoi sentimenti più intimi senza però dover essere tradito come invece è capitato al protagonista Salvador durante le riprese del suo primo film. Non è facile mettersi a nudo davanti a milioni di persone raccontando senza mezze misure il proprio periodo di dipendenza dall'eroina, periodo che Almodóvar ha negato di aver vissuto come invece accade a Salvador, così come lo stretto legame con una figura materna la cui perdita ancora si fa sentire nell’intimo più profondo.

Più che le citazioni cinefile ciò che colpisce è il modo di rapportarsi al film nel film, anche se questa non è la prima volta, ma è la prima volta che viene rappresentato un autoritratto del regista che si diverte a giocare con il suo cinema del passato.

Il tema fondamentale del film è la memoria: della madre, dell’amico perduto, dei suoi film ed anche di sé stesso da ragazzo. Presenza costante è il corpo di Salvador, questo domina tutto il film e lo stesso personaggio e suscita tutti i ricordi e le nostalgie che lo stato di dormiveglia, molto spesso causato dalle droghe, fa riaffiorare nella mente di Mallo.

Il film è un fantastico affresco autobiografico della vita del regista spagnolo che ha dichiarato durante il festival di Cannes che il livello più profondo del film è 100% autobiografico. Le esperienze del protagonista sono state le stesse vicende vissute da Almodóvar, la casa rappresenta nel film è una copia di quella di Pedro con gli stessi mobili, quadri.

Con questo film Almodóvar ribadisce il concetto di non credere affatto di poter vivere senza il cinema e, nonostante si possa accettare razionalmente di attraversare una fase di smarrimento o di crisi di ispirazione, la paura più grande rimane quella di non poter mettere su pellicola l' arte, le idee.

Il protagonista riassume queste paure in una frase nel monologo finale: “'il cinema mi ha salvato” e credo che sia quello che è successo al regista spagnolo.

 

Recensione: Maria Giovanna

Il mio giudizio: OTTIMO

 

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“Madrid è diventata un’arena difficile”, afferma il protagonista  Salvador, una patina di malinconia e il peso della stanchezza gli vela il volto.

E si ha l’impressione che quell’arena, in realtà, sia la vita di tutti noi oggi, nelle nostre moderne città sempre meno ospitali, sempre meno tolleranti.

Un film tutto sui sentimenti e sui ricordi, (un percorso chiaramente gia’ tracciato dal precedente Julieta), dove i ricordi dell’infanzia in Estremadura sono flash felliniani che si mischiano alla vita reale e ne diventano il principale appiglio per sopportare e andare avanti.

Immagini ieratiche e luminose di case bianche al sole e panni al vento che sembrano direttamente uscire dalle poesie di Garcia Lorca, con tutta la loro forza evocativa. 

Non basta una vita a dimenticare. Quel caldo e avvolgente amore materno che attinge le sue radici narrative a piene mani  in un italianissimo riso amaro (la recitazione di Penelope Cruz è degna delle nostre migliori Loren e Magnani), poi le numerose ferite della vita. 

Non più le follie e gli eccessi smodati, quelli restano archiviati in un passato a latere. 

Il dolore fisico e quello dell’anima spingono il protagonista sull’orlo di un difficile equilibrio, quello dei bilanci finali, quando si è costretti a scandire le giornate a seconda dei momenti di tregua da una continua, turbinosa sofferenza.

Difficile riemergerne, difficile scorgere la luce in fondo al tunnel. Quello spiraglio di bellezza assoluta a cui ci si aggrappa, quella forza dell’anima che da sola sa condurci, nonostante tutto, alla nostra infinita Gloria.

 

Recensione: Silvia Aonzo

Il mio giudizio: OTTIMO

 

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