IL GIOCO DELLE COPPIE

 

 

Regista: Olivier Assayas

Produzione: Francia

Anno: 2018      

Attori: Juliette Binoche, Guillaume Canet, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Theret

 

Il nostro giudizio: buono / ottimo

Recensione Gennaio 2019: Geppetto

 

Anche “Il gioco delle coppie”, come “Capri revolution” di cui abbiamo parlato recentemente, è stato presentato all’ultimo festival di Venezia. E’ nelle sale dal 3 gennaio.

Si tratta di un film di conversazione francese che più francese non si può. Assayas, autore anche del soggetto, ricorda nei modi della sua commedia maestri del calibro di Truffaut e Rohmer.

A voler riassumere semplicisticamente il tema del film, il fil rouge che collega le varie vicende, si potrebbe dire: “l’editor Alain (Carnet), sua moglie Selena (Binoche), l’autore di romanzi Leonard (Macaigne), la sua compagna Valérie (Hamzawi) ed alcuni amici discutono della digitalizzazione nella comunicazione e degli effetti che si determineranno nell’editoria”.

Ma sarebbe veramente un mediocre riassuntino. Il film è un’incessante susseguirsi di dialoghi, discussioni, confronti, dibattiti cha avvengono con un ritmo serratissimo nelle belle e disordinate case dei personaggi, nei tipici bistrot parigini, nelle brasseries, in poco affollate sale in cui autori ed editori presentano e dibattono dei loro libri.

Ed i personaggi piano piano si rivelano: Alain (Canet - l’editore) ha una storia con Laura (Christa Theret), sua giovane collaboratrice propugnatrice di un mondo dove le nuove tecnologie seppelliranno i cari vecchi libri e già ora modificano profondamente le relazioni umane. In compenso il romanziere un po’ spiantato Leonard ha da ben sei anni una relazione con Selena (Binoche), moglie dell’editor.  Evidentemente lo scrittore un po’ trasognato, che non sa nemmeno cosa si dice dei sui libri sulla rete, ha fascini diversi da un razionale e brillante marito manager. Una sorta di compensazione.

Ma queste storie amorose durante film finiscono. Forse sarebbe meglio dire si esauriscono. Ed alla fine chi ci piace di più è Valerie, assistente di un politico di sinistra un po’ sventato. Ci è apparsa all’inizio fredda ed efficiente, accanto allo stralunato scrittore che scrive sempre romanzi palesemente autobiografici sulle sue donne. Ma Valerie non è così come ci sembrava, e pian piano ci piace sempre di più.

 Dialoghi arguti, osservazioni intelligenti, affermazioni magari volutamente paradossali ad un ritmo a volte fin troppo sostenuto.

“E’ meglio avere migliaia di followers o qualcuno che legga i libri con le copertine in cartonato?” “Gli ebook uccideranno la carta stampata?” “No, sono in riflusso, ora vanno gli audiolibri”.

Ma il tema è più ampio. Come cambierà, anzi sta già cambiando, la nostra vita di relazione con gli smartphone, i tablet, i kindle. Con la rete ed il suo linguaggio, in un momento di grande trasformazione. Il film non dà risposte.

Degli intellettuali borghesi e molto parigini ne parlano, e cercano di capire, mentre la loro vita tutto sommato serenamente scorre. E noi con loro, anche noi cerchiamo di capire, noi che guardiamo al di qua dallo schermo.

Roy Menarini dice che sono dei macroniani e che essi rappresentano il bersaglio dei gilets jaune. Può essere, ma non è il caso di vedere in trasparenza nel film un dibattito fra chi cerca di capire e conoscere (vasto e faticoso programma, direbbe un altro francese) e chi crede di avere già le risposte pronte su qualsiasi complessa questione, essendosi laureato all’università della vita. Nel film vivadio questo non c’è.

Altri hanno ricordato, per il tipo di film, anche Woody Allen. Si potrebbe dire, scherzando, che Parigi non è Manhattan. E non ci sono le battute folgoranti di Woody. E’ Allen l’eccezione nella filmografia americana ed Holywoodiana in particolare. Non per niente è amato molto più in Europa. Direi il contrario: è Allen che fa film europei.

A noi il film è piaciuto. Grandi interpreti. Su tutti Canet e una Binoche affascinante, che con il passare degli anni ci piace sempre di più. Ma anche gli altri ad un altissimo livello.

A Venezia il film non ha vinto niente. E’ stato presentato anche in altri festival con risultati analoghi. Apprezzamenti della critica.

Un film minimalista, che in pratica non fa altro che raccontare una particolare quotidianità, non è fatto per trascinare il grande pubblico.

Per noi quattro stelle su cinque, anzi qualcosa di più, per chi ama il genere. E se appartenete alla categoria, vale la pena di andare in sala, per passare un centinaio di minuti intelligenti. In questi giorni è ancora in proiezione.

 

  1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 Rating 3.50 (4 Votes)