IL CASO SPOTLIGHT

Regista:Tom McCarthy

Produzione: USA

Anno: 2015

Attori: Michael Keaton, Mark Ruffalo, Liev Schreiber, Rachel McAdams

 

Il nostro giudizio: BUONO

Recensione: Geppetto

 

Qualcosa bisognerà pur dire del film che ha vinto l’Oscar dell’anno. Per dissentire o condividere.

Ebbene, cominciamo col ricordare che raramente il film premiato con l’Oscar è stato universalmente riconosciuto come il migliore della produzione annuale.

Qui ci troviamo di fronte ad un classico della cinematografia americana: film sul giornalismo d’inchiesta. Il film ha predecessori illustri ed onestamente li cita. La trama è presto detta: i tostissimi giornalisti del nucleo dedicato alle inchieste “spotlight” del Boston Globe (giornale locale) sono incaricati dal nuovo direttore di indagare il fenomeno della pedofilia nelle parrocchie cattoliche della diocesi. Il cardinale Law ha coperto gli abusi?

E qui il percorso del film segue precedenti illustri. Uno per tutti: “Tutti gli uomini del presidente” (1976) di Alan J. Pakula con R. Redford e D. Hoffman. In quel caso si indagava sullo scandalo del Watergate ed il film non vinse l’Oscar. Ma nel nostro film il ritmo non è lo stesso e gli interpreti, pur bravi, non hanno il carisma dei due monumenti della Hollywood che fu.

Per i veri cinefili si può citare anche “L’ultima minaccia” (Deadline - 1952 – reg. R. Brooks – Humphrey Bogart ). Quello della celeberrima frase: “E’ la stampa bellezza”. La scena con le rotative che stampano l’inizio dell’inchiesta è una chiara citazione.

Come detto, gli attori sono bravi professionisti. Volti noti anche di caratteristi che forse solo il cinema americano ha in tale quantità. Un nome per tutti: Paul Guilfoyle, che cura la relazione con il giornale per il cardinale Law, cercando di sopire e troncare. Molti avranno riconosciuto il capitano Brass della serie CSI Las Vegas.

Ma la domanda che nasce spontanea è: “si tratta di una celebrazione del passato”? Esiste ancora questo giornalismo? Ha un futuro? L’inchiesta di cui si parla è del 2003. Sembra passato un secolo. Quando i giornali hanno dimezzato le loro tirature, le notizie vengono sparate in tempo reale dagli smartphone, in televisione per approfondimenti vengono spacciati talk show dove ha ragione chi strilla a voce più alta la sua verità, ha ancora spazio un giornalismo d’inchiesta che approfondisca, verifichi, lavori su un caso per più di un anno? In televisione chi parla per più di due minuti è interrotto dal conduttore perché abbassa il ritmo della trasmissione (e lo share). E sul campo viene mandata la brava giornalista (fresca di messa-in-piega) che a Tor Pagnotta domanda al pizzicagnolo con il microfono sotto il naso: “ che ne dice di tutti questi immigrati nel quartiere”? Il servizio (due minuti) passa in studio e si apre il dibattito. Non manca l’indagine demoscopica per sapere cosa ne pensa la Gente (G maiuscola, il gentile pubblico va lusingato).

E’ lecito essere pessimisti.

La velocità con cui corriamo sempre connessi non aiuta in questi casi. Approfondire, capire, conoscere, sapere costano lavoro, fatica, denaro e richiedono tempo. Ne abbiamo?

Anche leggerle e seguirle queste inchieste richiede tempo. Ne abbiamo?

Quanti sono/siamo quelli che a sera non hanno avuto il tempo di sfogliare il giornale comprato il mattino uscendo di casa. E a quel punto le notizie non sono più quelle, ma altre. Meglio stare davanti alla Tv a vedere i politici di turno insultarsi allegramente!

E abbiamo ancora la capacità di scandalizzarci per la pedofilia nella chiesa cattolica? Quanti avranno detto: “in fondo queste cose ci sono sempre state nei Seminari”?

Queste sono le considerazioni che il film indirettamente sembra ispirare, più che il compiacimento per i successi passati della libera stampa americana. Intendiamoci, buoni e cattivi giornalisti ci sono sempre stati. Buona e cattiva stampa hanno sempre convissuto. Però negli USA hanno cacciato un presidente imbroglione per verità scoperte da giornalisti. Ma ora è del mezzo e del modo di fare informazione che si parla. Nell’era digitale ci sarà spazio per quel giornalismo, che scava a fatica per conoscere la verità? E che forme avrà? Ci faremo delle convinzioni sulla base di studi seri, verifiche puntuali, accertamenti scrupolosi comunque diffusi o saremo condannati ad orientarci sulla base di aprioristiche e fideistiche adesioni basate sul niente, sulle chiacchiere, sul brillante eloquio, sul pop-up. La fede in luogo della scienza. In fondo stiamo parlando anche di democrazia, di partecipazione informata.

Ma ci stiamo allargando troppo.

Insomma, il film è un buon prodotto del cinema made in USA, non un capolavoro, che ispira riflessioni che probabilmente sceneggiatura e regìa non avevano fra i loro obiettivi.

 

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