MADE IN ITALY

 

 

 

Regista: Luciano Ligabue

Produzione: Italia

Anno: 2017

Attori: Stefano Accorsi, Kasia Smutniack

 

Il nostro giudizio: BUONO

Recensione Erika K. Biondi

 

 

TRAMA:

Riko (Stefano Accorsi) è dipendente presso un’azienda emiliana che lavora carne suina: lo stesso lavoro da trent’anni, la casa di famiglia che fatica a mantenere, un figlio universitario che non riesce a tagliare il cordone ombelicale, amici e colleghi di lavoro che riempiono le serate a carte e il tempo libero.

Poi c’è Sara (Kasia Smutniack), la compagna, proprietaria assieme ad un’amica di un salone per parrucchieri, una donna forte e determinata. Una vita apparentemente come tante, di facciata, ma...

RECENSIONE:

 

Sedici anni dopo di “Da zero a dieci” torna alla regia Luciano Ligabue con una “tormentata dichiarazione d’amore nei confronti del Nostro Paese: l’Italia” rifacendosi al testo di “Non ho che te”.

La pellicola affronta il tema della precarietà del lavoro, delle difficoltà sentimentali e dell’esigenza di cambiare utilizzando la terra d’Emilia, patria del cantautore, come cornice inviando al pubblico l’immagine di una terra fatta di tradizioni, cultura, monumenti e dove anche una vecchia fabbrica può essere abbellita e divenire la location perfetta per un matrimonio. Questo è quello che contraddistingue l’Italia: il gusto per il bello e la convivenza con il passato.

Riko è un uomo poco più che quarantenne, alienato dalla sterilità del lavoro, che conduce la stessa esistenza con un evidente stato di disagio che si riflette anche nel rapporto con la compagna. In parallelo ha una relazione extraconiugale con una collega che funge da cuscino al dramma della quotidianità, ma che finisce per non bastargli più quando scopre che anche Sara, ha un amante.

Dopo un primo tempo abbastanza piatto e a tratti monotono la storia decolla tra scene cariche di sentimentalismo, verità nascoste e rapporti personali che fanno da placebo a un situazione sul ciglio del burrone. Uso questo termine perché la chiave di svolta avviene proprio con il protagonista in piedi al di là della paratia di un ponte con il Po sottostante e una pioggia cadente che sembra dover lavar via il male dell’esistenza suggellando una sorta di muto accordo con le acque sottostanti.

“...Si può sapere cosa vuoi?”

“Cosa voglio? L’oscurità!?”

“Cambia città, lavoro, famiglia, ma soprattutto cambia te invece di aspettare i cambiamenti”.

Credo che il cardine su cui verte tutto il film sia in queste  parole: se la tua esistenza ti sta stretta e vivi di scontento e amarezza, prendi in mano la tua vita e reinventala. Da qui il viaggio a Roma di tre amici che cambiano aria e ritrovano il piacere dello stare assieme e del divertimento recuperando uno stato mentale dell’adolescenza alla ricerca di risposte e di ricordi.

Inquietudini profonde, un male di vivere che aleggia e che sfocia nel dramma umano. Il film racconta dell’italiano medio tipo, è lo specchio di una società allo sbando che anela il cambiamento e si lamenta adattandosi e uniformandosi alle masse senza realmente agire. In questo caso avviene un colpo di scena: agisco lasciando decidere al fato: Riko entra nel limbo della depressione e solo chi la vive sulla pelle sa cosa significa perdere la voglia di esistere: il cibo non serve più, giorno e notte non hanno più un ordine, gli affetti sono solo un contorno a cui non potersi appigliare e la vita diventa una zavorra. Entri in uno stato in cui ti guardi e non riesci a reagire pur sentendo il senso di oppressioni e che preme nelle tue viscere diventando una sorta di vegetale rabbioso che si scaglia contro tutto ciò che gli fa vedere cosa sei diventato.

La realtà del popolo con le sue insicurezze e le sue aspettative infrante, la storia di “brave persone” che pagano la facciata di un paese che invece non paga se non a suon di manganellate reali e metaforiche. A un certo punto il film decolla davvero: lo spettatore empatizza, le emozioni diventano tangibili e  viene trascinato veramente immedesimandosi nella storia, perché quello di cui si racconta, bene o male, in parte o in larga misura, fa parte della quotidianità di tutti.

 

CONSIDERAZIONI FINALI:

Fotografia accattivante, inquadrature bellissime cariche dei colori della campagna emiliana, tramonti delicati, campi di girasoli infiniti, le immagini del Po che, sovente, fanno capolino; l’analisi di un paese contraddittorio visto anche dalle sequenze fotografiche che alternano gli ambienti asettici della realtà lavorativa di Riko ai colori caldi della vita di tutti i giorni (Sara veste spesso di rosso, arancio, dei toni della terra in contrasto col marito spesso vestito di bianco o nero).

Sceneggiatura e regia presentano piccoli difetti soprattutto nei monologhi forzati e nella mancanza di legatura tra alcune scene, non dimentichiamo, però, che Ligabue non nasce come regista, questo non elimina le mancanze, però la sceneggiatura molto rustica e alla portata di tutti non mortifica la pellicola in maniera indelebile, anzi, la avvicina all’umanità.

Incisiva la coreografia iniziale di Luca Tommassini che vede un Accorsi quasi ballerino. Affascinanti i richiami a “Radio Freccia” e ai suoi personaggi, graffiante il messaggio che ci parla di un paese che finge di cambiare invece si limita a twittare…

Film commovente nello stile del regista che firma quasi tutta la colonna sonora anche se ho apprezzato fortemente “The wole of the moon” de i Waterboys.

Promosso nonostante le piccole imperfezioni.

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