ASSASSINIO SULL'ORIENT EXPRESS

 

Regista: Kennet Branagh

 

Produzione: Stati Uniti

Anno: 2017

Attori: Kenneth Branagh, Penelope Cruz, Willem Defoe, Judi Dench

 

 

Il nostro giudizio: DISCRETO

Recensione: Erika K. Biondi

 

TRAMA:

Anni trenta, un breve prologo a Gerusalemme, un investigatore accademico, pignolo, quasi maniacale: il belga Hercule Poirot che viene richiamato con urgenza a Londra e si ritrova a dover viaggiare sul famoso treno Orient Express tra i lussi, il comfort, la lettura di Dickens e un po' di meritato relax.

Il viaggio da Costantinopoli a Parigi però riserva delle sorprese: una valanga che blocca il tragitto e un omicidio. La trama si snoda tra indagini, momenti di pahos e flash back in un sodalizio di introspezione e tensione che culmina nelle battute finali.

 

RECENSIONE:

Cast stellare e corale, come avvenne nella versione del 1974 ad opera di Sidney Lumet, film rimaneggiato e rivisto da Kennet Branagh con la sceneggiatura di Michael Green e la produzione che prevede l’ausilio di Ridley Scott, un prodotto che si rifà al famoso romanzo giallo di Agatha Cristie e da cui ne scaturisce una sorta di Marvel product come è nello stile del regista trasformando un thriller/giallo classico in un filmone moderno con una reminiscenza steampunk e la presenza di un Poirot che è molto vicino alla figura di un supereroe.

Rosa di personaggi considerevole che si trova a doversi confrontare con i pilastri holliwoodiani del passato,  che non regge il paragone perché non abbastanza convincenti e messi in ombra dal protagonista il quale riveste un ruolo di rilievo e uno spessore notevoli: un Johnny Deep grottesco, che interpreta la vittima in un cammeo che riesce a rendere la sgradevolezza del personaggio, nonostante l’impressione che ci sia una sorta di tachimetro appiccicata sulla sua faccia, che trasmette la sensazione di volersi liberare velocemente del ruolo che ricopre, forse per l’ingaggio non eccessivamente remunerato. Una Penelope Cruz (Pilar Estravados, peraltro assente nel romanzo originale), missionaria e infermiera spagnola, quasi irriconoscibile, priva di carisma e profondità: la sensazione è che sia capitata lì quasi per caso; Judi Dench (la principessa russa Natalia Dragomiroff), che la segue a ruota approcciandosi alla pellicola in maniera mesta, tanto lontana dai ruoli che le sono valsi l'Oscar. Degna di menzione rispetto al piattume cosmico dei colleghi è Michelle Pfeifer che nelle battute finali fa vibrare le corde del dramma ed emerge nonostante la performance poco convincente; un Willem Dafoe (Gerard Hardman, austero e riservato professore austriaco) a tratti divertente e una Daisy Ridley (Mary Debenham, governante) bella quanto inutile. Non aggiungo gli altri perché le dinamiche sono pressochè le stesse e di poco si discostano da quanto suddetto.

Kenneth Branagh oltre a dirigere il film, si investe dei panni dell'investigatore belga Hercule Poirot offrendo momenti fortemente introspettivi e di riflessione, primi piani espressivi e silenzi al limite del vivibile che rendono la tensione impattante in un’alternanza di sentimentalismo e di disciplina quasi inumana. Poirot viaggia su un binario parallelo, ma di rilievo rispetto alla storia, accattivante, emozionante e sfrontatamente perfezionista, maniacale, con baffi e chioma di un ordine quasi irreale, impeccabile nei completini blu che rendono bene il contrasto con lo sguardo di ghiaccio e che ben si allineano alla situazione e al paesaggio innevato. La pellicola ruota attorno al detective che viene investito di un’aura marvelliana da supereore (vedi la mascherina assurda con cui dorme per proteggere i baffi) e con la capacità di poter dissipare la matassa del mistero perfetto in un caotico pot pourri di indizi che tengono sul filo del rasoio fino alle battute finali. Numerosi indizi sono stati disseminati nei trailer e nei vari poster del film, nonché nelle numerose interviste del cast, creando un effetto medianico di attesa spasmodica e insinuando il tarlo del dubbio ancora prima di vedere il prodotto finito. Aggiungo anche che l’uscita nelle sale è stata anticipata di una settimana con un’operazione di marketing ben studiata.

Vorrei soffermarmi in maniera particolare sulle inquadrature: immagini leggermente sgranate come a ricordare una pellicola del passato ma con effetti di computer grafica assolutamente d’avanguardia, scene che sono state visibilmente riprodotte e/o corrette creando un connubio piacevole nonostante tutto. Neri particolarmente intensi, il blu del treno che si staglia contro il paesaggio innevato come a creare una sorta di lama nelle prospettive in lontananza, paesaggisticamente scorci accattivanti e degni di nota. Da una parte l’immagine della neve e del gelo nei colori plumbei del cielo, dall’altra le vedute interne in netto contrasto con i toni caldi degli arredi e delle lampade in stile Decò. La tensione cresce con lo svolgersi delle azioni e con un’accelerazione di ritmica anche nella vicenda. Battute finali impeccabili anche se un po' frettolose con una scena che vede tutti i personaggi riuniti sotto alla galleria in una sorta di “Ultima cena” con un sapore vagamente apocrifo che rende la solennità del momento.

La colonna sonora viene affidata a Patrick Doyle che in maniera magistrale traccia un filo conduttore impattante, delicato e ben architettato. La storia scorre sulla musica che scandisce il dramma e rende tutto molto psicologico e carico di pathos, mette l’accento dove necessario e accompagna la tensione in un crescendo emotivo.

 

CONSIDERAZIONI FINALI:

Branagh prende in mano un’opera di cui lo spettatore sa già, o perché ha già letto il libro o perché ha visto il film, quindi decide di catturare il tutto rivedendo non i contenuti ma il contorno, si avvale di un cast quasi colossale, trasforma Poirot in qualcosa di accattivante, fortemente psicologico e con un’aura quasi inumana da super eroe.

Il racconto evolve con flash back inutili che portano guazzabuglio invece di dipanare la matassa, scene psichedeliche e ritmate che dovrebbero creare ansia e depistare, ma che mancano di spessore vero alla ricerca di un equilibrio che va al di là del concepibile.

Il film è da affrontare come se fosse la prima volta e da vedere con occhi nuovi senza fare paragoni, avvertendo la tensione palpabile pur mancando il senso di soffocamento tipico di Agatha Cristie, un prodotto che io definisco folkloristicamente “gigione”, per il remake trattato, per il cast, per la pubblicità mirata e per il “confezionamento” ben architettato, quasi una messa in scena teatrale degna delle radici del regista

Inquadrature tutte diverse, mai ripetute, dialoghi bilanciati e chiari, quasi sintetici che donano un ritmo un po' altalenante che permette allo spettatore di entrare nella dinamica della storia poco per volta affezionandosi un po' ai personaggi.

Kenneth Branagh ha letteralmente marvellizzato la pelliccola come già anticipato, inserendo azione, arzigogoli, inseguimenti, alla stregua dell’americanata, un Poirot più giovane e moderno, virile e umanizzato che si lascia invadere dalla sensibilità altrui. Un giallo del passato traslitterato nella quotidianità che ha dato il via a una nuova saga e scommetto che presto, la massa rispolvererà  i classici del passato togliendoli dal dimenticatoio delle librerie. Non sarà un filmone questo, ma garantisco che il prodotto finale è degno di nota e che l'intrattenimento è assicurato.

“Vedo il male su questo treno”...

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