FAI BEI SOGNI

 

 

Regista: Marco Bellocchio

Produzione: Italia

Anno: 2017

Attori: Valerio Mastandrea, Berenice Bejo, Fabrizio Gifuni

 

Il nostro giudizio: DISCRETO

Recensione: Enrico C.

 

 

“Fai bei sogni” di Marco Bellocchio è una pellicola che trasmette una diffusa sensazione di incompiutezza.

Non che manchino i tocchi di classe alla “Bellocchio” (come la scena del ballo di apertura o quella in cui il “Massimo Gramellini bambino” chiede a gran voce l’apertura della bara della madre), ma le innumerevoli sfaccettature piscologiche e le conseguenti chiavi di lettura, con cui era possibile affrontare la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo del giornalista torinese, danno l’impressione di essere tutte solo abbozzate, e risultano paradossalmente in stridente conflitto tra di loro.

Sicuramente il primo quarto di film appare come il più riuscito; il merito risiede nella ricostruzione visiva (ottima la fotografia) a tinte grigio-scure della Torino perbenista del dopoguerra, fatta di buone maniere e conflitti latenti, in cui impera il “non detto” ed in cui il lacerante senso dell’ “assenza”  interiore provata dal bambino vince sulle presenze solo “fisiche” dei personaggi (il padre severo, la governante-istitutrice, la madre “hippy” dell’amico, che vive in una dimensione del reale tutta sua). Il limite è peraltro rappresentato dalle caratterizzazioni monocordi e, in un certo senso fumettistiche, dei  personaggi stessi: il padre – figura in realtà complessa e centrale del romanzo di Gramellini - che sa essere solo severo e ottusamente egocentrico; l’insensibile governante dall’espressione marmorea, perfetta per un “drammone” ottocentesco alla “Jane Eyre”, il prete, insegnante di astronomia, ben  più attento a non mettere in discussione gerarchie e credenze sociali consolidate, che a rispondere alle domande e ai turbamenti interiori del piccolo Massimo.

E poi Belfagor. Già Belfagor, l’amico invisibile del piccolo Massimo, l’unica entità su cui il bimbo sente di poter contare davanti all’ipocrisia del reale; eppure questa dimensione metafisico-onirica e psicoanalitica, che sarebbe stata sicuramente molto più presente in opere del passato dello stesso Bellocchio non viene in realtà affatto esplorata…rimane appena accennata sullo sfondo e con nessuna attinenza con il resto della sceneggiatura, se si eccettua un leggero rimando durante  la chiacchierata tra il Massimo adulto ed Elisa, il medico di cui si innamorerà a seguito della sua crisi di panico.

A questo punto c’è lo stacco.

Dopo i primi trenta-quaranta minuti di pellicola, inizia un altro film, con Valerio Mastandrea protagonista, giornalista di calcio e di guerra (in Bosnia) assai poco sabaudo e non solo per motivi di accento; circondato da personaggi surreali ed eccentrici (tra cui il macchiettistico e anch’egli assai poco torinese Fabrizio Gifuni, una sorta di incarnazione terrena di Belfagor), vive “frastornato” dal fragile quotidiano in cui è costretto a vivere: insomma il perfetto  Mastandrea.

E’ sicuramente la parte più “debole” del film e la sensazione diffusa è che non abbia alcuna attinenza con la prima.

La Torino ipocrita e solo formalmente manichea del dopoguerra è svanita: ora Massimo vive in un “non luogo” indeterminato che potrebbe essere Roma, Barcellona o una qualunque città dell’orbe terraqueo, del rapporto “non concluso” con la madre e dei suoi traumi da bambino troviamo traccia solo nell’inizio della relazione con Elisa (la già citata crisi di panico), nella rubrica della posta  dei lettori che il direttore del giornale gli chiede di curare e nella scena finale in cui le verità troppo a lungo nascoste verranno a galla.

Insomma, rispetto al passato, un Bellocchio che sembra voler strizzare un po’ troppo l’occhio a tutti, pubblico di massa e critica, scegliendo di non  scegliere: molte intuizioni – alcune anche interessanti – ma si rimane a metà del guado e la delusione, alla fine, la fa da padrona.

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